Lavori ed approvvigionamento! Work in progress!

Luca, che scrive, quando era militare nella Brigata Sassari (secoli fa…), era magazziniere di compagnia e collaborava con il maresciallo dell’Ufficio Approvvigionamento. Ora che collabora con il Centro Sportivo in Miniatura, mentre proseguono di buona lena i lavori in corso, con l’obiettivo di aprire a settembre i nostri locali, si approvvigiona di giochi e… li testa!

Li testa con la moglie, con la figlia e con chi passa da casa sua…. In attesa di divertirsi, di più e meglio, insieme a voi!

Monopoli, o meglio, Monopoly

Tra lo Scrabble, primo ed il Risiko, terzo, al secondo posto dei giochi da tavolo più venduti al mondo (quelli protetti da copyright ovviamente) si classifica il Monopoli, che in italiano si legge con l’accento sulla seconda sillaba, mentre nell’originale americano si legge Monopòly (italiano “monopòlio”), con l’accento correttamente sulla terza sillaba.

Il gioco infatti arrivò in Italia nel 1935, anno XIII dell’Era Fascista, e a quell’epoca, autarchica, non si potevano usare nomi stranieri. Così comparvero nell’edizione italiana anche toponimi, poi scomparsi nel dopoguerra, come “Via Vittorio Emanuele” (poi “Via Marco Polo”), “Via del Fascio” (“poi Via Roma”) e “Largo Littorio” (poi “Largo Augusto”).

Il grosso dei nomi fanno riferimento alla Milano dei tempi di Emilio Ceretti, fondatore della Editrice Giochi, prima importatrice del gioco.

Monopoly ha come gioco “di origine”, The Landlord’s Game, un gioco da tavolo brevettato nel 1904 dall’americana Elizabeth Magie. Si trattava di un gioco sulla proprietà della terra e sulle tasse destinato a educare i giocatori al “georgismo“.

Il georgismo era un sistema proposto da tale Henry George, con l’obiettivo di dimostrare come gli affitti arricchiscono i proprietari e impoveriscono gli inquilini. La Magie pensava che alcune persone potessero avere difficoltà a capire perché questo accadesse e cosa si potesse fare, e pensava che se le idee georgiane fossero state messe nella forma concreta di un gioco, avrebbero potuto essere più facili da dimostrare. La Magie sperava anche che il gioco, se giocato da bambini, avrebbe suscitato il loro naturale sospetto di ingiustizia, e che essi avrebbero potuto portare questa consapevolezza in età adulta.

Finita la storia, torniamo al gioco, che ha come obiettivo, dichiarato nelle regole, quello di diventare “monopolista”, ovvero proprietario di tutto o della gran parte del tutto: terreni, società energetiche, stazioni ferroviarie, case, alberghi, ecc…

Case, alberghi ed i dadi per muoversi sulla plancia di gioco

Al contrario di quello che sperava l’idealista americana Magie, il gioco è tra i più competitivi che si conoscano, e nelle infinite partite che anche io ho giocato, ho visto persone nella vita docili e miti, trasformarsi in predoni della finanza, accaparratori e strozzini della peggior specie.

Risiko! Obiettivo: distruggere le armate verdi!

I giochi di guerra, o wargames, sono sicuramente una delle categorie dominanti nel settore dei giochi da tavolo. Ne esistono una infinità. Il grosso sono usciti sul mercato dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma già nel 1944 nasceva Stratego e si diffondeva la battaglia navale.

Gli esperti di wargames moderni li guardano con una certa aria di superiorità, ma i primi sono stati loro, assieme al francese La Conquete du Monde (1957), il cui nome mutò in Risk quando il gioco passò all’americana Parker Bros.

Sicuramente nè Stratego (assai simile agli scacchi) nè Risk (per l’eccessiva influenza che ha il risultato del lancio dei dadi) hanno molto in comune con un moderno wargame. Ma le origini di questo sono lì.

Risiko è la variante italiana del gioco prima francese, poi americano. Le differenze principali sono il vantaggio attribuito al difensore rispetto all’attaccante, quando i dadi danno lo stesso punteggio e la creazione di specifiche carte obiettivo, con obiettivi particolari e non solo generali. Capirete sicuramente tutti che l’unico obiettivo di un gioco, la versione francese, che si chiamava La conquista del mondo era il dominio su tutta la plancia, piuttosto difficile da ottenere.

La versione italiana, di Editrice Giochi è divenuta più semplice, più adatta al grande pubblico, permetteva partite più brevi, che quindi si componevamo meglio con i tempi della vita in famiglia, che come è noto prevede anche che si mangi, si studi, si facciano i lavori di casa, ecc…

Battute a parte, Luca, che scrive, ci ha giocato più o meno negli stessi anni in cui giocava a Subbuteo, ossia più o meno dal 1974, quando glielo regalarono a Natale, fino ai primi anni Ottanta. Finché glielo hanno consentito… Perché ad un certo punto la sua famiglia ed i suoi amici ci mancava poco che lo pagassero per non giocare! Ho chiuso la mia carriera, me lo ricordava pochi giorni fa mia sorella, sentita in occasione del suo compleanno, con 71 partite vinte su 72 giocate. Una partita patta, nessuna persa.

Allora andavo in giro tutto tronfio del mio record, oggi la cosa ovviamente mi fa ridere, però, dadi a parte, evidentemente avevo delle strategie piuttosto efficaci. Anche se preferivo il Subbuteo e gli scacchi! Pur perdendo sempre (a Subbuteo!) o avendo avversari di tutto rispetto (sfide interminabili con mio nonno Nino, che era un Maestro e con mio padre Giovanni, con cui giocavo alla pari).

Invece con i carrarmatini (prendevo sempre i gialli o i blu) ero davvero imbattibile. Ma si cambia, oggi nè Risiko nè i giochi di guerra in genere mi attirano.

Unico modo, oggi, per farmici giocare? Forse garantirmi la carta obiettivo che, da ragazzino, non so perché, mi eccitava, mi “gasava” in modo particolare: Distruggere le armate verdi! Chiunque le avesse!

Nei tempi moderni si sono diffuse infinite varianti o meglio personalizzazioni del gioco, così si trovano in commercio il Risiko SPQR per chi ama gli antichi romani, il Risiko Zombie per i patiti del genere, il Risiko Sturmtruppen e chi più ne ha più ne metta in elenco…

Le regole del Risiko le trovate nella solita pagina. Vi segnalo che il gioco ha una pagina ufficiale, abbastanza animata, su Facebook. Se siete dei patiti, vi invito a visitarla.

Scrabble, il gioco da tavolo più venduto nel mondo

Nella classifica dei giochi da tavolo tradizionale, citata nel post precedente, lo Scrabble occupa il primo posto assoluto. Si tratta di un gioco basato sulla formazione di parole di senso compiuto, da comporre su una plancia di gioco 15×15 a partire da sette lettere estratte da un sacchetto, rigorosamente non trasparente, e che ogni giocatore dispone su di un tabellone cercando di fare il numero di punti più alto possibile.

Ogni lettera ha un valore differente in base alla frequenza di utilizzo nella propria lingua. Perciò esistono delle versioni nazionali, meglio, linguistiche di Scrabble legate alla lingua: inglese per prima ovviamente, visto che il gioco è nato negli Stati Uniti (inventato da Alfred Butts negli anni ’30, comincia ad essere venduto artigianalmente nel 1949, esce sul mercato solo nel 1953 ed è un successo clamoroso), ma poi anche francese, spagnolo, tedesco, italiano ecc… Il giocatore trova inserite nel sacchetto solo le lettere del proprio alfabeto nazionale.

In Italia però c’è una situazione del tutto particolare, causa la concorrenza del gioco dello Scarabeo, pubblicato negli anni Cinquanta da tale Aldo Pasetti, che dovette affrontare una lunghissima causa per violazione del diritto d’autore, e che, pur uscendo assolto, finì per cedere i diritti sul gioco alla Editrice Giochi che tuttora lo rivende.

In verità le differenze sono pochissime. Nello Scarabeo di Pasetti la plancia e 17×17 e si parte con otto lettere a testa, rimpiazzabili sino all’esaurimento. Poi alcune particolarità circa le caselle speciali e le lettere jolly.

Altra differenza rilevante è il vocabolario ammesso nei due giochi. Nello Scrabble in italiano, per esempio si fa riferimento ad un dizionario comune scelto dai giocatori (nei tornei ufficiali il riferimento è lo Zingarelli dell’anno in corso); non sono ammesse le sigle ed i nomi propri a meno che non siano registrati nel dizionario di cui sopra.

Nello Scarabeo invece sono valide quasi tutte le sigle, pure quelle automobilistiche, mentre non sono ammessi termini arcaici, letterari o poetici, pure se questi sono riportati ne dizionario (es. aria è ammesso, aere, no).

Perciò lo Scarabeo è di solito considerato meno tecnico dello Scrabble, che richiede un più profondo conoscimento della propria lingua nazionale, ma più veloce e “dinamico”.

Scrabble è comunque indiscutibilmente il leader di questo tipo di gioco da tavolo.

Scrabble è un marchio di Hasbro, Inc. negli Stati Uniti e in Canada, divisione Parker Brothers, dal 1999; prima era venduto dalla Milton Bradley. Fuori dagli Stati Uniti e dal Canada, Scrabble è un gioco a marchio Mattel. Il gioco è venduto in 121 paesi ed è disponibile in 29 lingue. Circa 150 milioni di set sono stati venduti in tutto il mondo e si ipotizza che almeno un terzo delle case americane abbia a disposizione un set Scrabble.

Da notare che in Italia esiste una Federazione Italiana Gioco Scrabble.

Le regole, sia per lo Scrabble che per lo Scarabeo, le trovate già inserite nella pagina di riepilogo.

Perché lo Scrabble/Scarabeo si chiama così? La mia personale teoria è che deriva dal fatto che alcuni antichi sigilli per imprimere firme o lettere avevano proprio quella forma . Per gli antichi egizi lo scarabeo era sacro, e si chiamava così anche una pietra dura, amuleto o gioiello che dalla parte convessa aveva la forma dell’insetto, mentre sulla parte piana era inciso.

Del resto se uno scarabeo si rovinava, il segno perdeva la forma, ed il risultato era quello che, in italiano, oggi chiamiamo, non a caso, scarabocchio!

Trivial Pursuit, nulla di volgare!

Sicuramente vi chiedete il perchè di questo titolo, dedicato ad uno dei più famosi giochi da tavolo del tipo “quiz“, ovvero un gioco in cui, a turno, i giocatori provano la propria abilità rispondendo a domande di cultura generale (almeno nell’edizione classica del gioco o nella più recente edizione Party).

Il perchè ve lo spiego. Una volta proposi di giocare “a Trivial” a dei fratelli di chiesa, e venni rampognato da una sorella di chiesa che mi disse che, parole testuali, “per le volgarità in chiesa non c’è posto!“. Per poi diventare tutta rossa quando le spiegai di che parlavo…

In effetti in italiano il nome del gioco si presta all’equivoco. Trivial, così come l’italiano Triviale, vengono dal concetto di trivio, che è l’incrocio di tre strade, di tre vie. Il problema sorge perchè in italiano è prevalso il significato di triviale come volgare, di strada… Perchè agli incroci delle strade potevi ad esempio trovare delle prostitute (per cui ancora oggi si dice “donne di strada“, anticamente “donne da trivio“).

Ma sia l’inglese trivial che l’italiano triviale hanno in realtà come primo significato banale, futile, “leggero”. Meno problemi ci sono per Pursuit che significa ricerca, inseguimento, passatempo.

Ma veniamo al gioco vero e proprio, creato in Canada agli inizi degli anni Ottanta, oggi il terzo gioco da tavolo più venduto di sempre, dopo lo Scrabble ed il Monopoly. In Italia arrivò nel 1984, distribuito dalla Polistil, ma, forse anche a causa del prezzo, davvero elevato per allora, non riscosse grande successo. Fu la Hasbro Italy a rivitalizzarlo e tra il 1991 ed il 1993, ben 500.000 pezzi dell’edizione base vennero vendute anche nel nostro paese.

L’edizione base conteneva una plancia di cartone, un dado, i contenitori per le schede con le domande e le risposte (1.000), sei segnaposto di plastica a forma di “torta affettata” con sei spazi per gli “spicchi” ed infine i sei spicchi per ciascun colore.

Le materie delle domande sono sei, contrassegnate ognuna da un colore differente. Blu per la geografia, rosa per lo spettacolo, giallo per la storia, marrone per arte e letteratura, verde per natura e scienze, arancio per hobby e sport.

Senza entrare nel dettaglio delle regole, i giocatori devono conquistare sei spicchi di differenti colori. Riempito il loro segnaposto possono muoversi verso l’esagono centrale. Quando ci arriva gli altri lo sottopongono alla domanda finale e, se la risposta è corretta, vince.

E’ considerato un gioco per adulti, non nel senso che gli dava la sorella di cui scrivevo all’inizio, ma semplicemente perché le domande sono di una certa difficoltà, quindi occorre un buon livello di cultura generale che si suppone che si raggiunga in età matura. Quindi è consigliato a chi ha almeno sedici anni di età.

La dama e le dame

Il gioco da tavolo della dama, oltre che essere un gioco tradizionale, è un gioco che spesso funge da introduzione a questo mondo. Perchè è un gioco che viene reputato tutto sommato “facile”, assai più facile degli scacchi, le cui regole sono più semplici sia da imparare che da insegnare. Ma è davvero così?

Damiera per dama italiana; 8×8, prima mossa al bianco, cantone in basso a destra

Se vi trovaste di colpo catapultati ai campionati mondiali di dama, o ad un torneo internazionale, scoprireste con sorpresa che forse non è così tanto vero, che le regole con cui si gioca lì sono diverse da quelle che conoscete, che persino il numero delle pedine è diverso, ed altrettanto la loro posizione sulla plancia da gioco.

Già perchè della dama esistono moltissime versioni “nazionali”: inglese, russa, polacca, italiana, brasiliana, ceca, spagnola (per citare solo quelle che lo scrivente conosce!).
E poi c’è la dama cosiddetta internazionale, di cui scrivevo prima, che è quella polacca.

Le somiglianze

Partiamo dalle cose in comune. Due giocatori, che giocano su una damiera di caselle colorate in modo alterno, di solito bianco e nero, come gli scacchi, che cercano di catturare i pezzi avversari scavalcandoli, muovendo in diagonale.

Quando e se una pedina riesce ad arrivare al lato opposto della damiera viene promossa a “dama”, e la dama è un pezzo che ha proprietà particolari nel gioco.

Fin qui le somiglianze. Passiamo ora alle differenze.

Le differenze

Prima di tutto la damiera.

In Italia per giocare a Dama, siamo abituati a giocare sulla stessa plancia che utilizziamo per gli scacchi, ossia la damiera è uguale alla scacchiera: 8×8, 64 caselle.
Per giocare all’italiana, il cosiddetto cantone deve essere nero ed in basso a destra.
La prima mossa, come per gli scacchi, tocca al bianco.
Le pedine mangiano soltanto in avanti.
Le pedine non possono mangiare le dame.

Anche in Inghilterra, per giocare a Draughts o Checkers, la damiera misura 8×8, 64 caselle.
Il cantone è sempre nero ed in basso, ma a sinistra!
La prima mossa, diversamente dagli scacchi, tocca al nero.
Le pedine mangiano soltanto in avanti.
Le pedine possono mangiare anche le dame!

In Polonia e nella dama internazionale le cose cambiano di parecchio.
Anzitutto la damiera è 10×10 (quindi si parte con 20 pedine in campo per parte, anzichè con 12). Il cantone è nero, in basso, a sinistra.
Le pedine muovono come sempre in avanti ma possono mangiare sia in avanti che in indietro e possono mangiare anche le dame!
Esistono poi le cosiddette “dame volanti“. Nel senso che, mentre nel gioco all’italiana o all’anglosassone le dame saltano una casella soltanto per mangiare, giocando al modo internazionale le dame possono spaziare per tutta la diagonale, come se fossero gli alfieri del gioco degli scacchi. Ossia potrebbero mangiare una pedina, ma poi fermarsi una, due o tre posizioni avanti, come più gli conviene.

Qui mi fermo altrimenti mi e vi confondo; per approfondire, nella pagina del sito dedicata ai regolamenti, trovate i dettagli.

La storia

La dama (dal latino domina, che indica sia il pezzo più importante che l’intero gioco) è un gioco antichissimo. Pensate che il primo completo da gioco, damiera più pedine, risale a 5000 anni prima di Cristo, forse prima, ed è stato rinvenuto in Egitto. E’ immortalato, il gioco della dama, su papiri e pergamene, ed anche su una antica anfora (nel Museo Etrusco in Vaticano), dove sono raffigurati Achille ed Aiace che giocano una partita. Di cubea per l’esattezza.

Anche il faraone Ramses giocava a dama…

Eh si. Perché anche nel tempo antico, paese che vai, modo di giocare che trovi. Troviamo damiere 3×3, 6×6, 3×12. In Grecia e poi anche altrove si giocava solo con la damiera e le pedine (petteia, da pessos=pedine), o con la damiera, le pedine e un dado da gettare prima di ogni mossa (cubea, da cubo=dado).

L’anfora Exekia dei Musei Vaticani, dove Achille ed Aiace giocano a cubea

Il nome Dama si impose in Francia, dove veniva ritenuto un gioco più adatto alle signore, per cui lo si chiamò “jeu de dames” (gioco delle signore), poi abbreviato in Dames, ed infine in Dama.

Matisse, La famiglia del pittore (con la dama in bella vista!)

In Russia la dama ebbe un successo strepitoso, come anche gli scacchi del resto, ed è tuttora giocatissima ad alti livelli. Il celeberrimo romanziere Lev Tolstoj era un grande appassionato ed usa la similitudine con una partita a dama nel suo romanzo Guerra e pace per descrivere le scelte di Napoleone Bonaparte e del suo oppositore Kutusov nella battaglia di Borodino (conosciuta anche come battaglia di Mosca, 7 settembre 1812). Particolarità della dama russa? La presa non obbligatoria. Se puoi e vuoi mangi, altrimenti segui la tua strategia.

Matisse, Odalisca sopra un sofà turco

Il gioco risolto

Una curiosità per chiudere questo post (poi mettetevi a giocare!). La dama è uno di quei giochi cosiddetti “risolti“. Cosa significa? Che nel 2007 gli scienziati hanno messo a punto un programma di nome Chinook, che conosce tutte e cinque i miliardi di posizioni possibili e che è impossibile da battere.

Un giocatore che non commetta alcun errore durante la partita, potrebbe al massimo costringere Chinook alla patta. Del resto, gli esperti ed i più grandi giocatori lo sospettavano. Se nessuno dei due umani che solitamente si confrontano commette errori, la partita si chiude in parità.

Se vi va di tentare la sorte… però prima dovete studiare bene le regole internazionali!!!

Gli scacchi, il gioco da tavolo “nobile”

Il nome del più famoso dei giochi da tavolo viene da una antica parola provenzale e catalana, escac, che a sua volta discende dal persiano shah, che sta a significare “re”. I più anziani tra voi ricordano sicuramente che prima dell’avvento del regime degli ayatollah, il sovrano di Persia, l’attuale Iran, era definito Scià, lo Scià (Shah) di Persia.

Il gioco infatti ha la sua normale conclusione quando il Re è impossibilitato a muoversi o ad essere difeso da un altro pezzo. E’ quello il caso dello Shah Mat (“Re morto” secondo alcune tradizioni, “Re sconfitto, Re preso, Re sorpreso in imboscata” secondo altre).

Il gioco degli scacchi si considera generalmente derivato da un antico gioco diffuso in India nel VI secolo, lo chaturanga. I Persiani sarebbero poi stati quelli che hanno apportato le modifiche più significative, poi diventate patrimonio comune, chiamandolo shatranji. Il nome shatranji sarebbe divenuto nella maggior parte d’Europa Shah (da cui il termine italiano scacchi).

Krishna sfida Radha a Chaturanga

Quindi il gioco si potrebbe a buon diritto definire “il gioco del Re”, visto che è la sorte del Re che ne definisce la fine.

Lo Chaturanga prima e lo Sharanji poi, arrivati in Europa, si giocavano inizialmente al modo arabo. Quella che oggi conosciamo come Donna o Regina era inizialmente il Visir o il Cortigiano. Muoveva di una sola casa per volta in tutte le direzioni. Poi, per velocizzare il gioco, le si diede maggiore libertà e maggior potere. Stessa cosa avvenne per l’attuale Alfiere, in origine Elefante (Al-Fil) o Vescovo (tuttora tale, Bishop, in molte scacchiere anglosassoni). Prima muoveva (però solo in diagonale) due per volta, poi anche a lui venne “accelerato il passo”.

L’Elefante o Al-Fil, antenato del nostro Alfiere

Fu alla fine del XV secolo, in Italia e Spagna, che vengono fissate le regole dette “occidentali” o “internazionali” che prevedono la possibile apertura di due case anzichè una con i pedoni, la possibilità per l’Alfiere di avanzare liberamente per l’intera diagonale libera, quella per la Regina di non avere limitazioni di distanza in ogni direzione. Infine il Carro da Guerra si trasformò nella Torre.

Perchè nel titolo lo chiamo gioco “nobile”? Perchè, ad esempio, non veniva osteggiato da ecclesiastici e predicatori; era ben lontano infatti dall’essere un gioco adatto alle taverne, alle bettole o alle osterie, dove i giochi da tavolo comunemente praticati erano i dadi ed i giochi di carte. Pensate che ci fu addirittura un domenicano che scrisse un’opera moraleggiante che riferiva agli scacchi! Jacopo de Cessole, questo è il suo nome, sosteneva che nella società umana ognuno aveva un compito specifico, i nobili (Il Re ed il Visir/Regina), l’esercito (i cavalli), l’attività giudiziaria ed amministrativa (gli Alfieri e le Torri), il popolo (i pedoni).

Ma in effetti gli scacchi hanno influenzato la nostra cultura e la nostra lingua. Dare scacco matto a qualcuno significa comunemente mettere il nostro avversario in condizione di non potersi muovere, di non poterci nuocere, in qualsiasi campo di attività ci si trovi.

La lingua tedesca conosce poi l’espressione Zugzwang, anche questa derivata dagli scacchi. Zwang indica la costrizione, zug il movimento. Si usa per dire che hai messo qualcuno nella condizione di doversi muovere, di dover prendere posizione. Negli scacchi sta a significare che uno dei giocatori, qualsiasi mossa faccia, si trovi, o a dover rischiare e magari subire lo scacco matto, o a dover patire la perdita di un pezzo importante.

Giocatori di scacchi nella Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni, Palermo

Passando ad altre forme d’arte, troviamo gli scacchi immortalati in dipinti e mosaici anche medievali (tipo la Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni a Palermo), citati nella Divina Commedia di Dante (Paradiso XXVIII, 91-93). Si pensi poi alla famosa Alice di Lewis Carrol, o, passando al cinema, alla partita a scacchi dei cavaliere con la morte, ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, o a quella dell’astronauta con il supercomputer HAL 9000 nel film 2001: Odissea nello spazio.

Gli scacchi “eterodossi” di Alice nel paese delle meraviglie
La partita a scacchi con la Morte ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Begman

Al Centro Sportivo in Miniatura, potete esserne sicuri, gli scacchi non mancheranno!

Un gioco da tavolo, cos’è?

La risposta a questa domanda potrebbe sembrare scontata, ma non lo è. Ed è importante trovarla anche per capire cosa potete aspettarvi di trovare al Centro Sportivo in Miniatura e cosa no.

Un equivoco in cui cadono molti è quello di confondere la nozione di “gioco da tavolo” con quella di “gioco di società“. Non è così in realtà. Perchè quasi tutti i giochi da tavolo sono giochi di società, ovvero giochi “sociali” che coinvolgono minimo un’altra o più persone. Mentre non tutti i giochi di società sono giochi da tavolo. Perchè molti di essi si svolgono in spazi aperti, o richiedono spostamenti da una parte all’altra di quello che è, idealmente, il proprio campo di gioco.

Con gli esempi si capisce meglio.

La caccia al tesoro è indubbiamente un gioco di società. Regole condivise, si svolge con tante coppie o gruppi di tre, quattro persone. Ma non si può fare in uno spazio chiuso. E certo non richiede un tavolo! A volte coinvolge lo spazio di una intera città!

Un gioco come “Twister” che tutti certo conoscete, che costringe le persone ad assumere buffe posizioni e rimanere in precario equilibrio sul pavimento di uno spazio chiuso, è anche un gioco di società, ma non è certo un gioco da tavolo, neanche questo.

Invece, i giochi di carte, la dama, gli scacchi, il Subbuteo ® , il Table Rugby sono giochi da tavolo. Ovvero giochi che hanno una “plancia“, che è la scacchiera per la dama e gli scacchi, il campo di gioco (pitch) per il Subbuteo ® o il Table Rugby o Cricket o Tennis, il tavolo stesso per le carte da gioco o per i dadi, una plancia disegnata colorata e ricca di simboli per giochi come il gioco dell’Oca o il Monopoli, giochi quindi che richiedono un tavolo dove due o più giocatori si appoggiano.

Poi certo, ci sono le “eccezioni”, ma sono, per l’appunto eccezioni! Si può organizzare una caccia al tesoro per i bambini in una casa, se fuori piove. A Marostica giocano a scacchi con delle persone viventi, travestite da Re e Regine, un tavolo per il Subbuteo ® si può poggiare su due cavalletti in un bel parco o sul marciapiede, persino in uno stadio… ma non è quella la loro normale modalità di esecuzione.

Una certezza, direte voi, ce l’abbiamo? Si, ed è quella che sui tavoli del Centro Sportivo in Miniatura avrete modo di divertirvi! Noi del Team ce la metteremo tutta!